Ad oggi, 10 Novembre 2020, sono trascorsi esattamente 70 anni dalla morte di una donna palermitana che è stata icona della Belle Epoque internazionale, Franca Jacona di San Giuliano.
Classe 1873, unica figlia femmina del barone Pietro Jacona e di Costanza Notarbartolo, sposò per amore e nonostante le opposizioni del padre, il giovane e aitante Ignazio Florio, figlio di una nota famiglia borghese di imprenditori tentacolari che avevano costruito un grande impero da un piccolo negozio di spezie.
Il loro colpo di fulmine si consumò all’ombra degli alberi di Villa Giulia, a Palermo, e dopo un matrimonio celebrato in forma strettamente privata, hanno vissuto l’apoteosi del brand Florio ma anche la parabola discendente e l’ultimo disperato ruggito che li condusse dalle stelle ad una certa normalità a loro sconosciuta.
Come in ogni vita che si rispetti, anche in quella di Franca Florio non mancarono i dolori e le amarezze. Portò dentro, per tutta la vita, la profonda cicatrice della perdita di tre figli, Giovannuzza la primogenita, Ignazio chiamato baby boy, unico erede maschio e Giacobina, nata e morta prematuramente.
Le infedeltà del marito e le ultime galoppanti ristrettezze economiche la resero particolarmente inquieta.
Sulla grande famiglia Florio tanto si è scritto e su Donna Franca è stato tessuto un coro di luccicanti lodi alla sua grazia e alla sua eleganza, al suo carisma e alla bellezza fisica che non corrispondeva però all’ideale del tempo, più etereo e candido.
Un corpo statuario e un’altezza di un metro e 73 cm, oltre la media femminile siciliana. Un vitino da vespa che misurava solo 57 cm. Capelli neri corvini e profondi occhi di un verde cangiante su una carnagione olivastra che, si racconta, sottopose in giovane età a trattamenti estremamente dolorosi per ottenere la tanto apprezzata pelle di porcellana.
Colta e sempre sul pezzo, dalla mentalità aperta ma molto misurata, figlia dei suoi tempi.
Trovò immorale l’omosessualità declamata di Oscar Wilde dalla cui scrittura rimaneva affascinata, ma trovò inammissibili le proteste e le aggressioni contro le primissime rivoluzionarie che indossarono la jupe-culotte, la gonna pantalone che fece il suo ingresso nel 1911.
Era anche dotata di grande umanità e fu molto generosa. Portava in viaggio, a sue spese, care amiche e offrì spesso bei corredi alle ragazze orfane. Prodiga di slanci verso il prossimo, fece parte del comitato di assistenza che si formò a Palermo all’indomani del terremoto che sconvolse Messina nel 1908.
Ammirata da tutti
La vita le destinò un numero infinito di prestigiosi incontri.
Aprì le porte della bella villa all’Olivuzza (di cui oggi sopravvive il Villino Florio) a illustri personaggi, ai più alti blasoni del tempo.
Imperatori e Zar, Re e Regine, Principi e Principesse, Arciduchi e Arciduchesse vennero accolti dalla sua elegante ed empatica ospitalità. Non rinunciava mai a prendersi cura degli sfarzosi addobbi e dei raffinati cadeau, come quello donato dalle manine della piccola figlia Igiea all’Imperatrice Augusta Vittoria: un mazzo di lillà stretto in un nastro su cui il pittore De Maria Bergler aveva tratteggiato una romantica veduta palermitana di Monte Pellegrino.

Donna Franca e il Kaiser Guglielmo II
Proprio il Kaiser Guglielmo II, gradito e frequente ospite di casa Florio insieme alla famiglia, la definì la Stella d’Italia e Robert de Montesquiou le dedicò una bellissima poesia.
Nei salotti curava le pubbliche relazioni intrattenendo sagaci e colte conversazioni con artisti, intellettuali e con l’elite mondiale che svernava a Villa Igiea, dove la stessa organizzava indimenticabili balli cotillons.
In tantissimi le tributarono apertamente ammirazione. Tanti uomini, ma anche donne quali le regine Margherita ed Elena di cui fu dama di compagnia. La scrittrice Matilde Serao le riservava profonda stima e considerazione e Anna Maria Neera Zuccari abbagliata dallo strascico di luce vivissima che la briosa Florio lasciava, la consultava spesso per pareri sulle sue opere letterarie.
Abitudine mantenuta a lungo anche dal grande D’Annunzio che non mancherà di inviare alla donna che definiva l’Unica le sue opere. Egli inoltre conservava gelosamente due piccoli regali donati da Donna Franca, un ventaglio e un grano di corallo come talismano in occasione della prima teatrale di Francesca da Rimini.
La principessa polacca Ghiza che aveva avuto modo di incontrarla in un lussuoso Hotel in giro per l’Europa, decise di affidare ad una lunga epistola una vera e impetuosa dichiarazione d’amore. Provava per lei un fortissimo sentimento che l’aveva portata ad ammirarla da lontano e poi a fare di tutto per incontrarla.
In tantissimi si contendevano la presenza di Donna Franca ai loro eventi. Il tenore Enrico Caruso desiderava profondamene averla tra il pubblico durante le sue esibizioni e non ne faceva mistero nei messaggi dal tono scherzoso, rigorosamente scritti in napoletano, che le inviava.
Franca Florio fu indubbiamente la Regina senza corona dell’esplosiva Palermo di Fin de Siecle, al centro dell’Europa con il suo porto e punto nevralgico dell’asse ferroviario Berlino-Roma-Napoli-Palermo.
Ebbe tanti ammiratori segreti e non, che le scrivevano ardenti lettere, ma l’integerrima pare non cedette mai a certe passionali lusinghe ponendosi sempre con garbo e fermezza.
Anche il pittore ferrarese in voga tra la nobiltà del tempo, Giovanni Boldini, rimase ammaliato. Ebbe l’onore di ammirarla durante la stesura del famoso e discusso ritratto dal destino travagliato.
L’artista tratteggia sulla stessa tela in ben tre versioni la sensualità della protagonista. I ripensamenti registrano la richiesta di Ignazio Florio a cui non piacque la posa eccessivamente serpentina ed innaturale data alla moglie e sono infine guidati da un evidente cambio della moda del tempo. Dalla prima edizione del 1901 realizzata proprio all’Olivuzza all’ultima del 1924 erano trascorsi ben 23 anni.
Il guardaroba della Regina di Palermo
Tutti gli occhi si posavano su di lei.
La sua altera bellezza era supportata da abiti e gioielli meravigliosi.
Il guardaroba di Donna Franca doveva essere all’altezza della sua posizione sociale e delle sue altolocate frequentazioni. Lo fu già il corredo con cui venne presentata ai Florio, ordinato a Firenze nei laboratori più rinomati, specializzati in raffinatissimi ricami.
A quel tempo la massima espressione della moda per la nobiltà internazionale era la Maison Worth di Parigi che Franca visitò di frequente, iniziando dal suo abito da sposa in raso e tulle, completato da una delicata coroncina di zagare che appuntava il velo sul suo capo.
Per il giorno preferiva indubbiamente i colori chiari che illuminavano la sua carnagione ambrata, per la sera invece il viola, il grigio e il marrone.
Il nero è il classico delle grandi occasioni ed è il colore dell’abito che indossò per il ritratto del Boldini e che è oggi parte della collezione del fiorentino Museo del Costume di Palazzo Pitti.
Realizzato con grandi traforature e rabeschi di passamaneria sulla gonna e sulle maniche e ampia scollatura a V, nel 2014 è stato uno dei protagonisti della mostra Il manto di Corte di Donna Franca Florio.
I manti indossati negli eventi ufficiali in cui Franca appariva come dama di corte della Regina Elena sono dei veri capolavori sartoriali. Uno in velluto blu cobalto definito da una bordura con nodi Savoia dorati e l’altro assolutamente mozzafiato venne realizzato in seta avorio damascata con un motivo a spighe, forse allusione alla terra di Demetra granaio dell’Impero romano, rifinito da applicazione in paillettes, canutiglia e georgette, che disegnano mazzetti di fiori legati da nastri e fiocchi.
Pare sia stato memorabile il vestito in velluto rosso granato indossato per un thè all’Olivuzza organizzato per l’arrivo dell’Imperatore Guglielmo II con consorte e prole. L’abito era una confezione della sartoria Durand di Palermo.

Franca e Ignazio Florio con la piccola Igiea
I grandi cappelli erano un accessorio essenziale per le nobildonne del tempo intente a proteggere il loro viso dai pericolosi raggi solari. E Franca ne possedeva una nutrita collezione, guarnita con tulle, fiori e piumaggi.
Anche la sua mise da spiaggia a Viareggio nel 1912 attirò l’attenzione e venne immortalata da un ammiratore. Sfoggiò un costume con casacca e pantaloni con volant fino al ginocchio ed un immancabile cappello di paglia nero.
La fine dei suoi gioielli
La fama dei suoi gioielli andava di pari passo con il suo incedere elegante agli eventi internazionali più importanti.
La rivista Regina che seguiva la bella Florio riservandole spesso uno spazio tra le sue pagine, la inserì tra le nobildonne che possedevano i gioielli più belli del mondo. Pare che superassero il valore del milione di lire che oggi corrisponderebbe a più di 4 milioni e mezzo di euro.
Non è una leggenda metropolitana il fatto che possedesse un collier di brillanti assolutamente identico a quello della Regina Alessandra e che poi divenne dono di nozze per la figlie Igiea.
Ignazio era solito commissionare a Cartier e Lalique le preziose gioie che regalava spesso alla moglie come pegno per una sua certa conclamata sensibilità al fascino femminile e per celebrare eventi importanti come la nascita di baby boy, sugellata da uno splendido bracciale di zaffiri e brillanti per Franca e due monete d’oro alla balia.
Si forniva anche da Confalonieri a Milano e dai romani Fratelli Merli di via Condotti.
Tra le commissioni a Cartier un raffinatissimo ciondolo che avvolgeva una perla in un sole di brillanti montati su platino, sormontato da un elemento rettangolare che sfoggiava le iniziali della Regina di Palermo.
Amava distribuire perle e brillanti tra i lobi e intorno al lungo e slanciato collo ma pare che quando il Vate le disse che gli orecchini disturbavano l’imperante bellezza del suo volto ne trasformò molti in anelli, pendenti o broches.
Le spille erano un altro accessorio che amplificava la sua eleganza. Dal 1902 Donna Franca non mancherà mai di appuntare sulla spalla sinistra quella di brillanti con lo stemma reale per le cerimonie pubbliche che vedevano coinvolti i Reali, Vittorio Emanuele III ed Elena, ma anche alla presenza di Principi e Principesse estere o per le feste date da ambasciate accreditate presso sua maestà il Re.
Nel 1922 un fattaccio mette in pericolo parte degli splendidi gioielli destinati a sparire per sempre.
Vengono rubati all’interno della stanza del Palace Hotel di Viareggio dove Franca era solita alloggiare. Tra questi anche la collana di perle che aveva indossato nel suo boudoir, in posa per il pennello fuori dal coro di Boldini.
Le voci del tempo, in una sorta di iperbole, la davano lunga sette metri, ma tenendo conto dell’altezza di Franca è probabile fosse lunga circa un metro e 40 cm. Pare poi che il marito le regalò un altro candido filo di perle lungo un metro e 80 cm.
Venti giorni dopo, la refurtiva venne recuperata a Colonia, nell’appartamento dei due ladri. Franca felicissima si recò a Padova a ringraziare Sant’Antonio per il fortunato ritrovamento.
Ma quella gioia non durerà molto perché esattamente come la fabbrica di porcellane, il giornale L’Ora, la villa all’Olivuzza e tanto altro, le gioie scintillanti di Donna Franca scivoleranno via, inesorabilmente.
Vennero vendute in pubblica asta, nel 1935 dalla Banca Commerciale di Roma a cui Ignazio le aveva cedute a garanzia dei molti prestiti chiesti nel disperato tentativo di mettere di nuovo in piedi l’impero Florio, ormai fagocitato da volontà e sistemi ben più grandi e alti.
Alcune vennero fortunatamente salvate da Igiea che avendo compreso il pericolo che stavano correndo, le chiedeva in prestito alla madre senza restituirle più e conservandole gelosamente per poi destinarle alla sorella Giugiù.
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