In questi giorni la città di Sciacca sarebbe stata in grande fermento per i preparativi della festa patronale della Madonna del Soccorso, onorata nel giorno dell’Assunzione, il 15 di Agosto. Di questi tempi che proibiscono di reiterare momenti e rituali di comunità, ci si aggrappa al ricordo.
La vara che porta in processione la bellissima statua in marmo di Carrara vestita di ori e coralli è per me un’immagine indimenticabile e sempre carica di emozioni.
Dalle architravi del baldacchino pendono splendide collane in corallo di Sciacca che sembrano comporre la bordura di un merletto. Ognuna di esse è un ex-voto che esprime la profonda devozione nei confronti della patrona della città.
Ad ogni fermata, la vara scende dalle robuste spalle dei marinai per poi tornare a pesare di nuovo su di esse una volta ripreso il cammino processionale. E, in questo movimento che la lega alla terra, al popolo e poi l’avvicina al Cielo, le antiche collane di corallo producono un dolce tintinnio all’unisono con le campanelle dorate che le accompagnano.
Le collane saccensi
A Sciacca tante famiglie ne conservano gelosamente almeno una, dono di nonne e bisnonne. A volte divise equamente in due o in tre parti a seconda del numero degli eredi, smettono di essere eleganti collier e si trasformano in altri preziosi accessori.
Iniziarono a prendere forma dalla scoperta dei tre banchi di corallo di fronte le coste di Sciacca a partire dal 1875. Chiamate dal volgo ulere, dal termine di origine spagnola gulera, divennero molto popolari tra le donne saccensi.

Oggi chi ne possiede una ne percepisce il valore affettivo che spesso questo genere di oggetti tramandati portano con loro e ne conosce il grande valore economico. Oltre all’età del manufatto, il valore si accresce per il fatto che il corallo di Sciacca, corallo rubrum dal colore arancio davvero unico, è un corallo per buona parte fossile non più reperibile specialmente in certi importanti diametri.
Le ulere saccensi hanno una lunghezza media di 60 cm, ma possono andare oltre questa misura. Le sfere leggermente schiacciate si presentano generalmente sfaccettate e degradano verso le estremità. Le sfaccettature conferiscono eleganza e una certa lucentezza, mentre la palette coloristica, uniforme per ogni collana, va dall’arancio chiaro a tonalità più intense ed è di tanto in tanto caratterizzata da qualche macchiolina bruna o nerastra. Si tratta di caratteristiche dovute alla natura vulcanica del fondale di formazione.
Dunque il diametro delle sfere, una certa simmetria degli elementi e la purezza del corallo, la pulizia della sfaccettatura e del taglio, la presenza o meno di imperfezioni, insieme al peso totale (che può variare in media dai 100 ai 140 gr.) ne costruiscono il valore economico finale che può arrivare a sfiorare e addirittura superare abbondantemente 100,00 Euro al grammo.
Vanno opportunamente distinte da quelle realizzate con la tonalità molto simile del Corallo Elatius, volgarmente noto come Cerasuolo, che però nasconde una vera e propria anima bianca che denuncia la provenienza asiatica.
Anticamente le ulere venivano allacciate dietro al collo con un nastro di seta color salmone, una vera finezza, oggi sostituita da importanti suste in oro che ne accrescono il valore economico.
La storia della loro produzione si perde nella nebbia del passato. Pare che venissero prodotte dalle mani di artigiani trapanesi, sicuramente molto esperte, avvezze alla lavorazione di questo materiale sin dall’epoca normanna. Gli ebrei trapanesi lavoravano abilmente il corallo, pescato dai cristiani con l’ausilio del cosiddetto ingegno che potremmo definire la canna da pesca del corallo.
La maestranza saccense di artigiani del corallo si forma in tempi recenti: negli anni Novanta del XX secolo a bottega dai maestri trapanesi, primo fra tutti, Platimiro Fiorenza.
Oggi i prestigiosi atelier del corallo di Sciacca, uniti in Consorzio, oltre a proporre collane dal gusto assolutamente contemporaneo in cui i diversi formati quali barilotti, sassi, scagliette e palline sposano l’ametista, il quarzo citrino o addirittura il legno, ricami macramè nelle collezioni giovanili de L’Oro di Sciacca ed elementi in ceramica siciliana nelle parure di G&M Gioielli, custodiscono alcuni esemplari di antiche ulere pronte ad essere proposte al migliore intenditore e offerente.
Una di queste è protagonista del piccolo Museo del Corallo di Sciacca, mentre altre facenti parte del Tesoro della Madonna di Sciacca sono custodite all’interno del Museo diocesano saccense. Interessante la trasformazione di alcune di esse in fascia ombelicale di Gesù Bambino che si aggiunge ad altri esemplari del genere come quella settecentesca esposta nel Museo diocesano di Catania e quella custodita presso il Museo della Parrocchia di Santa Maria Maggiore di Geraci Siculo.
Il piccolo Museo del Corallo a Sciacca
Da alcuni anni Nocito Gioielli accoglie al suo interno un piccolo museo che vuole raccontare la storia del corallo di Sciacca tra oggetti e preziosi all’interno di un piccolo ambiente che è una sorta di camera delle meraviglie che racconta anche la storia di una famiglia di gioiellieri. Non poteva assolutamente mancare tra le tappe del mio tour I TESORI DI SCIACCA.
È lì che l’ingegnere Giuseppe Di Giovanna, papà di Laura creativa designer e orafa del laboratorio e instancabile cultore della storia del corallo saccense mi introduce a questa lunga storia che lui lega con il filo rosso delle sue infinite ricerche. Tutto ha inizio nel 1994, quando organizza una conferenza sul corallo nell’ambito delle attività a scopo culturale promosse dal Lions Club.
Da bambino Peppino giocava con i grani di corallo nella gioielleria di famiglia dall’impronta tutta femminile, a Nucita, fondata nel 1904. Era il luogo in cui si combinavano matrimoni suggellandoli con bellissimi preziosi e si risolvevano liti coniugali mettendoci una bella pietra – preziosa – o un’appariscente collana di corallo sopra.

La sua febbre per l’oro rosso di Sciacca lo porta a ricercare e raccogliere stampe, fotografie, incisioni e documenti, alcuni dei quali sono esposti nel museo.
Pian piano l’osservazione attenta di questi lo ha portato ad interessanti scoperte di cui mi ha reso spesso partecipe nei mesi del mio tirocinio presso il laboratorio. Superfluo aggiungere che ascoltare queste rivelazioni, durante l’infilatura a nodi di un’antica ulera di corallo in fase di restauro, mi rendeva felicissima.
La collana della balia
All’interno del museo, accanto ad un specchio da tavolo di gusto barocco, dietro ad un ramo di corallo grezzo si intravede una foto in b/n firmata dai Fratelli Trevis che ritrae una donna che indossa una collana a tre fili di corallo.

È la Balia della Principessa Mafalda Di Savoia, Vincenza Stirpe.
Era uso nelle nobili famiglie ed anche in quelle di stirpe reale che, alla nascita del bambino, la balia ricevesse un dono prezioso. Il corallo che porta con sé da tempo immemore un forte valore apotropaico, incarna sicuramente l’amuleto perfetto.
Scolpito in diverse fogge o in semplice rametto doveva allontanare malattie e sofferenze. Dal sangue sgorgante dalla testa recisa di Medusa a quello di Cristo diventando sineddoche della sua Passione.
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