Filippo Bentivegna noto anche con l’appellativo di li testi (delle teste) nasce a Sciacca nel maggio del 1888 e come tanti, ancora giovanissimo con la sua valigia di cartone approdò in America nel 1913, seguendo le orme dei fratelli. Lì perde la testa.
Un episodio dai contorni sfumati sarà lo spartiacque della sua vita, cambiando per sempre la sua mente e la sua anima: una lite, botte, una forte bastonata in testa, forse per una giovane americana di cui Filippo si era invaghito. Venne così dichiarato inabile al lavoro e rimpatriato nel 1919.
Filippo ritorna in Sicilia e costruisce il suo Castello Incantato
Con i soldi guadagnati come manovale durante la parentesi americana acquista il piccolo podere dove, testa dopo testa Mastro Filippo costruisce la sua casa e cerca la Grande Madre. Si, egli diceva che “dentro la terra è il seme dell’uomo”. E il simbolo fallico diventa un’altra delle iconografie ricorrenti nell’opera outsider di Filippo. Lo incide sulla corteccia dei rami d’albero creando delle chiavi ancestrali. Ma quelle miriade di teste e di volti, profondamente suoi, sono il mondo che egli crea per trovare quell’equilibrio della sopravvivenza di cui ognuno ha visceralmente bisogno.
Vive per lo più come un eremita, demiurgo della propria evasione, architetto della sua dimora, Re tra le sue teste di sudditi. In alcune ritrova amici e parenti, e poi un prete, un papa, forse anche Cristo. In qualcuna di esse, dove si intravede un accenno di femminilità, si potrebbe nascondere la sua amata. In poche altre specchia sé stesso, diventando un monumento di pietra.
Cosa dicono medici ed esperti d’arte?
Filippo rivive per me nei racconti di mio nonno e in quelli di mio padre che lo hanno conosciuto. Era diventato il pazzo di Sciacca, una figura singolare non sempre pienamente incline alla socialità. Da quando le sue opere confluiscono nell’Art Brut Filippo diventa finalmente, post-mortem, l’artista protagonista delle ricerche di esperti d’arte e degli studi scientifici di alcuni medici che si sono interessati al suo caso.
Il medico saccense Antonino Sandullo cerca di trovare una correlazione diretta tra la sua opera, che rivela un certo approccio ossessivo-compulsivo, e un probabile trauma cranico. Fa un’interessante riflessione:
“Era un metodico e credo che questa sua meccanicità fosse dovuta ad un trauma del lobo frontale di destra”.
L’eminente psichiatra Vittorino Andreoli non rintraccia in lui nessun comportamento accostabile alla malattia mentale e sostiene che:
“Egli è un uomo che ha lasciato il mondo, la società, e si è ritirato in un altro mondo che si è costruito, come a farselo su misura senza confronti diretti e senza risentimenti. Sul piano psichiatrico può essere che egli abbia operato una vera cura, una terapia comportamentale ai rischi che la sua situazione avrebbe potuto avere se fosse rimasta nei mondi che invece ha abbandonati. Potrebbe essere diventato pazzo (in senso clinico) senza l’autoterapia”.
E non finisce qui. Il suo mondo si esprime anche con il segno grafico sulle pareti di una piccola stalla dove Filippo faceva vita. È il segno della memoria, della metafora e del ricordo. Ci sono i grattacieli del sogno fallito che si ibridano con i castelli, gli stessi che punteggiano certi paesaggi dell’Isola. Le griglie compulsive degli alti palazzi che Filippo avrà visto salire progressivamente verso i cieli americani sono coronate da merlature, unite da ponti sotto i quali scorrono fiumi. Un vaso fiorito di matissiana memoria e infine dei pesci grandi che contengono pesci più piccoli.
Forse sono metafora della vita o forse indicano una della grandi navi su cui Filippo e tanti piccoli grandi uomini come lui sono saliti alla ricerca di fortuna. Lui la sua, alla fine, l’ha trovata!
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